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sabato 30 agosto 2008

L’eco dell’ultima stoccata


Il sibilo della lampo e il raggio di luce che penetra nella sacca mi acceca. Sono passate 4 ore da quando siamo partiti. Ho viaggiato comoda sul sedile posteriore dell’auto. Sarò io la protagonista della gara. Ieri sera mi ha coccolato, accarezzato e tolto la ruggine che mi infastidisce, solo lui sa quanto tengo alla mia forma. Finalmente si comincia, sento la sua mano che stringe l’impugnatura e comincio ad ondeggiare nell’aria. E’ un trofeo importante ed oggi sa come prendermi e io non voglio deluderlo, continuo a colpire l’avversario e la luce si accende.
Sento il nervosismo che mi scivola lungo la lama, continuo a dirgli: “Usa la testa”. E lui si lancia contro l’avversario come una furia, tocco il bersaglio mi piego fino a rimanere senza fiato, ondeggio e tocco. Sembra una passeggiata, gli assalti vanno tutti a buon fine: cominciamo le dirette.
Si salta la prima ed aspetto l’avversario. Non mi molla un attimo è stretto a me come fossi la sua mamma, gli dò fiducia e lo ripago.
Di nuovo in pedana, aggancia il passante e lo controlla lo sente allungarsi lungo il corpo come fosse una giugulare gonfia di sangue.
Tocca la coccia dell’avversario e vado in puntamento.
“A voi”.
Guardo il mio avversario dritto in petto è lì a pochi centimetri, mi muovo agile sulla pedana, cerco di mettere a fuoco il bersaglio come fa il pilota di un caccia incollato al timone di coda del suo nemico, qualche istante e giù via in affondo: uno a zero e si ricomincia.
Parte bene questa semifinale e sono sempre lì a pochi centimetri dal prossimo punto. Sono in trans agonistica, mi muovo con agilità nell’aria, paro e rispondo con attacchi ed affondi. L’assalto si chiude con una vittoria, si va in finale.
Mi emoziono come uno scolaretto è solo un anno e mezzo che ho cominciato a tirare, non ho mai assaporato l’atmosfera di una finale, comincio ad avere paura, la tensione sale. Il mio avversario è arrivato terzo al G.P.G. E’ di tutto rispetto, mi guarda con aria di sfida pensa di aver già vinto, forse perché non mi ha mai visto su una pedana da finale.
Ma non mi faccio intimorire.
La guardo nella punta con aria di sfida, ma lei si alza come fosse un fioretto ho il bersaglio di fronte a me senza difesa. Ma che vuol dire? Parto in affondo ma sono toccato sul braccio. Niente, non è niente, si arriva a dieci, non è successo niente. Mi prendo subito il pareggio, ma vado sotto tre a uno. Mi ha sorpreso. Cavolo! La mia prima finale e mi sono fatto sorprendere come un pollo. Non può finire così. Su, forza ritrova la concentrazione. Ma cosa succede, perché mi stringe così forte, e perché è immobilizzato sulla pedana, cerco di muovermi, ma sono come paralizzata. Ci vuole una scossa. Ma come! Si rischia di andare sotto pesantemente e poi come si recupera? Un urlo! Ecco cosa ci vuole un urlo d’incoraggiamento, magari da fuori, da qualcuno lì sulla tribuna.
“Dai Manuel, forza, muoviti, reagisci”.
Puntuale, ci serviva una scossa, è la voce del padre.
Che fai? Non puoi deluderlo è lì che ti guarda. Ricomincio a muovermi veloce, sotto i riflettori che mi accecano e come se vedessi i miei movimenti riflessi in uno specchio, ho ripreso freschezza ed agilità. Svolazzo in aria con finte e contro finte, entro a bersaglio. Uno, due, tre punti e mi porto sul quattro a tre. Mi giro, fà il pugno e soffoca un urlo di gioia in gola.
Mi gaso, sembro un’imprendibile farfalla e i colpi entrano con facilità, stò dominando il match, non concedo più nulla, ho sempre più sicurezza e fiducia.
Il braccio è forte e deciso, la testa è fresca come la brezza mattutina di primavera.
Nove a cinque.
Manca un punto, ho di nuovo il bersaglio a portata di punta e voglio chiudere. Ho una strana sensazione. Sto per vincere. Saranno contenti di me, il mio primo torneo vinto. Che fico! Ma…cavolo, mi sono distratta e…nove sei. Sono di nuovo in guardia, rischio di far rientrare in partita il mio avversario, lo guardo: suda e ha voglia di rifarsi. Devo chiudere l’incontro. Lo punto dritto in petto e voglio fare una flache e così chiudo in bellezza.
Lo controllo, lo invito con una finta, faccio un mezzo passo indietro e carico il quadricipite d'appoggio, lui abbocca va per avanzare e io anticipo lanciandomi contro di lui. Bip! Centro!
Entro deciso e preciso sul bersaglio mi piego fino a quasi spezzarmi, mentre schizzo via fuori pedana, sfilando e sfiorando il mio avversario, sorpreso e frastornato dal sibilo dell’ultima stoccata.
Mi giro in un salto, tolgo la maschera e lancio un grido di gioia, mentre il sudore si riversa sul viso come un fiume in piena.
E ora saluta l’avversario mi dico. Ma… cado a terra, girando sulla coccia per 90 gradi. Rimango li ferma e tutti intorno si abbracciano, si stringono e si fanno i complimenti e io lì ferma che guardo, sono fiera di me ma…lì ferma. Ho fatto il mio dovere provo a gridare: ”Ho vinto pure io”. Ma niente, lì a terra ferma… sembra che nessuno mi senta. E allora…va bene sono felice e so che il mio posto è dentro la sacca chiusa con la lampo, al buio e in attesa del prossimo assalto in compagnia dell'assordante eco dell'ultima stoccata.

Lino B.

Per cosa si uccide

Titolo: Per cosa si uccide
Autore: Gianni Biondillo
Editore: Guanda
Anno di pubblicazione: 2004


Il noir è ambientato nel quartiere simbolo della periferia milanese di Quarto Oggiaro, dove l'ispettore di Polizia Ferraro è protagonista suo malgrado delle indagini su una serie di omicidi.
Il romanzo comincia con un cane ucciso e si snoda tra la milano fatta di cemento, in realtà ad essere raccontata è una città intera: le vie di lusso e inverdite artatamente da stilisti isterici; i negozi con commesse eleganti e signorili; le modelle anoressiche e malvestite che vagano stanche; il tutto ambientato tra Lazzaretto, la chiesa di San Maurizio il Monastero Maggiore e Brera.
Il protagonista del romanzo è l'ispettore Ferraro, separato con figlia.
Ha interrotto gli studi senza laurearsi, un uomo senza qualità particolari se non un buon senso dell'umorismo, che mangia cibi surgelati e vive in un appartamento dove regna la confusione.
Il suo rammarico maggiore sta nel cognome; avrebbe preferito che finisse con una "i" o una "a" per non avere un nome "loffio".
Si troverà ad affrontare quattro casi di omicidio che accadono nello spazio temporale delle stagioni e la domanda ricorrente è "per cosa si uccide".
Se lo domanda soprattutto durante un interrogatorio dove il presunto omicida risponde: "Non lo so, è lei l’esperto, me lo dica lei per cosa si uccide…". "Si uccide per i soldi e per il sesso, in buona sostanza si uccide per il potere". Questa è la risposta di Ferraro.
E che, però, dopo altri casi di omicidio riterrà insufficiente. Per questo avrà di sè una pessima considerazione; per non aver capito prima che si può uccidere anche per qualcos'altro.
E se avrete voglia lo potrete scoprire leggendo il romanzo.

Lino B.

lunedì 25 agosto 2008

Pochi inutili nascondigli



FALETTI GIORGIO
POCHI INUTILI NASCONDIGLI
Editore: BALDINI CASTOLDI DALAI

Da improbabile poliziotto "Vito Catozzo" di "Drive in" a scrittore di romanzi gialli. E' da poco uscito il quarto romanzo di Giorgio Faletti (Io uccido 2002-Niente di vero tarnne gli occhi 2004-Niente da un evidente destino 2006), "Pochi inutili nascondigli" una raccolta di 7 racconti sul genere horror. Nella scia di Poe e King Faletti traccia un titolo dal significato particolare: ognuno di noi cerca di esorcizzare nella vita quotidiana quei sentimenti negativi che sono presenti in qualche angolo della nostra coscienza. Ma il "mostro" che c'è in noi, a volte, riesce ad emergere mostrando gli aspetti più letali.
I paesaggi, ben conosciuti da Faletti, e i per personaggi sono descritti con dovizia di particolari come ormai ci ha abituto nei suoi romanzi.
Ogni capitolo è a se stante quindi il libro può essere letto in varie tappe.
Rispetto ai libri precedenti qui l'autore riesce ad esprimersi con grande abilità narrativa con il dono della sintesi e dell’equilibrio e questo permette al lettore una partecipazione personale e quindi un buon coinvolgimento emotivo.

Lino B.